STORIE DI SPORT: MAURO ZIRONELLI, DA BAGGIO A ZIROLANDIA

Il suo Mestre veniva definito “Zirolandia” rievocando la “Zemanlandia” di Zdenek Zeman, la fabbrica di bel calcio che era stato il Foggia di inizio anni ‘90. Questo perché per Mauro Zironelli, arrivato sulla panchina del Modena la scorsa estate dopo esserci stato molto vicino un anno fa, i risultati nel calcio devono venire attraverso il gioco, divertendosi e divertendo. “Secondo me per ottenere un risultato bisogna fare una prestazione buona e per farla bisogna giocare bene – ci spiega il mister canarino – e giocando bene puoi anche coinvolgere il pubblico. Però tutto questo non viene schioccando le dita, lo vediamo anche a livelli più alti, soprattutto se si cambiano 20 giocatori su 26 come abbiamo fatto noi. Dobbiamo ancora mettere in conto qualche black-out e continuare su questa strada. Nel momento in cui capiremo il giochino si vedranno cose diverse”.

Mister torniamo indietro e parliamo dei tuoi inizi nel calcio…
Sono partito tardi, non ho fatto il settore giovanile. Sono rimasto nel mio paese fino agli Allievi Provinciali poi sono andato a Vicenza con il crociato rotto e ho fatto nove mesi di muro per migliorare i piedi che erano un po’ di gesso. Per fortuna fisicamente ero già come adesso e a 17 anni, dopo il crociato, ho esordito subito in prima squadra.

Era il Vicenza di Baggio?
No lui era già andato via e l’ho conosciuto poco dopo, quando sono passato alla Fiorentina in serie A. Esordii alla prima giornata di quel campionato, era il 1989/90, contro il Bari e la settimana successiva Bruno Giorgi mi lanciò in Coppa Uefa contro l’Atletico Madrid e mi mise a marcare Futre. Fu una bella esperienza per un 19enne. Arrivammo a giocarci la finale con la Juve. Purtroppo nel mio miglior periodo mi ruppi un altro crociato. Per fortuna, nonostante gli infortuni, ho fatto una carriera onesta. La mia categoria era la serie B, ho ottenuto alcune promozioni in A, a volte ci sono rimasto, altre no.

Con Baggio che rapporto avevi?
Ci siamo conosciuti a Firenze e con lui è nata una bella amicizia. E’ stato il più forte calciatore con cui ho giocato, assieme a Dunga, Batistuta e al portiere Toldo.
Come è nata la tua passione per l’Inter?
Da bambino mio padre mi regalava le magliette nerazzurre e i pupazzi di Mazzola. Ogni volta che vedo una mia foto di allora avevo la maglia dell’Inter. Mi fece anche imparare a memoria la formazione che aveva vinto la Coppa dei Campioni: Sarti, Burgnich, Facchetti e via discorrendo. Come potevo quindi tifare per un’altra squadra? Poi quando ci giochi contro le cose si affievoliscono molto.

A Modena arrivasti in un momento non facile…
Si, era febbraio, c’era stata la vicenda Bertolotti e io fui chiamato a sostituire Berto a cui avevano dato l’esito che non avrebbe potuto più giocare. Nonostante non fossi in condizione, dovetti esordire subito a Bergamo contro l’Albinoleffe per la squalifica di Grieco. Vincemmo 3-1 e feci un gol e un assist, ancora non so come ci riuscii. Nel finale di stagione, invece, sostituii Milanetto che rimase fuori due mesi per infortunio. Stefano Casolari, memoria storica del Modena, mi ha detto che delle 13 partite che ho giocato ne abbiamo vinte 11 e pareggiate 2. Uno score quasi irripetibile.

Cosa aveva quella squadra in più delle altre?
Eravamo un gruppo molto unito, stavamo sempre insieme, a volte ci trovavamo a fare l’aperitivo in 22. Poi in B partimmo a mille, c’era entusiasmo, era il momento giusto, nel posto giusto con l’allenatore giusto. Una situazione difficile da ripetere.

Quando avete cominciato a capire che potevate davvero fare l’impresa?
Beh già a Brescello, in serie C, abbiamo capito che c’era qualcosa di positivo nell’aria e che si poteva anche osare. In B, inizialmente, dovevamo metterne dietro quattro, poi abbiamo cominciato a vincere grandi partite, il 4-1 al Napoli, il 5-0 di Vicenza… facemmo circa 150 punti in due anni.

Tu però in serie A non rimanesti?
E’ vero, andai al Thiene nella mia città, che era arrivata nei professionisti. Avevo capito che a Modena avevo fatto il mio tempo. Un altro anno sarei rimasto volentieri, ma devo dire che a livello fisico non ce la facevo più.

E’ vero che hai trascorso un anno in giro per il mondo a studiare le scuole calcio?
E’ successo dopo i tre anni di settore giovanile a Vicenza. Ero curioso di vedere come si lavora in altri paesi, anche Australia, Indonesia, Canada e via discorrendo. Era il 2009 e mi sono reso conto che all’estero, a livello giovanile, si iniziava a progredire, a insegnare ad andare avanti, in pressione sull’avversario, mentre da noi tante squadre tornavano indietro. Credo che, negli ultimi anni, da questo punto di vista, abbiamo fatto dei passi indietro rispetto agli altri.

Tu sei stato il primo allenatore di una squadra B in Italia, la Juve Under 23. Pensi che da noi prenderanno piede?
Secondo me non le abbiamo ancora capite bene. Solo la Juve, al momento, è strutturata per avere una squadra B, anche perché per regolamento devono esserci 17 giocatori italiani su una rosa obbligatoria di 23. Quella è la cosa più difficile. E’ chiaro che i giovani così crescono molto di più che a giocare il campionato Primavera.

A Modena mancavi da parecchi anni. Che città hai ritrovato?
Sono venuto ogni tanto con Milanetto a trovare un amico, ma mancavo da 17 anni. Ho trovato una città migliorata, con un centro molto più bello e molti più turisti.

(GB)

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