IL CAMPIONE ADULTO E LA FINE DI UN’ERA

Le pagelle finali da Abu Dhabi, in cui un ex piccolo diventa grande, anzi gigante. E un cannibale rimane a digiuno

Che sia stata una dittatura, non v’è dubbio. Diciannove vittorie su ventuno, per il terzo anno di fila, prendendosi gioco di tutti, relegati a spettatori spesso doppiati. Nella migliore delle ipotesi stucchevoli arbitri in una contesa finale, posizione scomoda e per certi versi umiliante. Sulla quale alla fine vince il buon senso ed il sale in zucca.
Poco campanilismo, un grosso chapeau ai geni Mercedes. Che, se non si fosse ancora capito, hanno dominato un’altra gara, l’ultima, la decisiva, la più semplice e la più complessa allo stesso tempo. Quando i risvolti psicologici, le dietrologie, gli individualismi cannibaleschi emergono nel clou del 2016.
Alla fine vince il campione più semplice di tutti, in una vittoria pronosticabile ma tutt’altro che scontata, alla fine di un calvario lento ed autunnale, quando Lewis ha ingranato una marcia superiore a tutti. Che non è bastata.
Da Abu Dhabi, le pagelle d’arte d’un eterno secondo che non c’è più.

Ah, e poi tanti finti arbitri, mogi addii e finali rassicuranti. Ma senza esagerare, Cavallino. Una nota azzeccata alla fine del pentagramma non muta il DNA di uno spartito.

NICO ROSBERG, ETERNO SECONDO VOTO 10. Il pilota che ci ha impiegato di più per diventare campione, al 206° GP. Anni 31, una stagione precisa come un metronomo. Che comincia da lontano, molto lontano.

Chi è Nico Rosberg?

Figlio d’arte, d’un papà campione nell’82. Keke, nazionalità finlandese, non lo ricordano tutti gli appassionati. Spirito selvaggio, in pista e fuori, tenacia rallistica, e un vizio, grosso: il fumo. “Fai ciò che vuoi nella vita, ma non fumare come me. Quello no”. Nico, il figlio, riceve, ascolta, apprende. Non solo sulla salute polmonare, ma anche in pista. Cresce in Italia, spesso in camera con Hamilton. Sì, avete capito bene, con quello che sarà il Re Nero. Spesso insieme in età adolescenziale, tra un kart e l’altro, nel Belpaese (spesso) o in Germania, o altrove. Ma sempre lì, fianco a fianco, tra una battuta sulla ragazza conquistata il giorno prima e sul gioco inventato il giorno dopo. Quando, all’imbocco della maggiore età, i caratteri cominciano a sviluppare una grammatica sentimentale divergente e gli amici cominciano a sviluppare una fisiologica riserva reciproca. Lewis, talento cristallino al volante, comincia a scalare le divisioni motoristiche più rapidamente, con la sfrontatezza violenta tipica di chi ha in testa solo la vittoria, la conquista. Unico fluido vitale. Mentre Nico, biondo ed occhio azzurro, può solamente averla vinta sulla ragazza che si è portato a letto il giorno prima.

Nel frattempo esordisce ad anni 21 nel Circus, cominciando un lungo apprendistato fatto, anche, di scelte. Una, in particolare, nel 2012: quel “No grazie” alla Ferrari che si aggiunge al “No grazie” alle sigarette, seguendo il consiglio paterno. E vuoi dargli torto?
Quattro anni fa sì, perché il destino, beffardo, superbo, magnifico, lo mise a condividere il box con Lewis Hamilton. Ancora. Ormai affermato, però, Gino. E non tragga in inganno il soprannome italico, l’inglese è tutt’altro che figura bonaria, come suggerirebbe l’onomastica. “Vittoria chiama vittoria”, frase usata nel mondo del pallone di cui nessuno ne rammenda la paternità, che Hamilton fa propria nella maniera più cattiva e carnale possibile. Stile di vita simile, ironia della sorte, a Keke: svalvolato, talvolta, animalesco, in gara, bastardo genuino, quasi sempre.

Ma Rosberg sorride, sfruttando nemmeno troppo un bell’aspetto che gli permetterebbe qualche uscita a gamba tesa in più, nell’epoca dell’estetismo materializzato. Fa quello che gli piace, alla fine, nella vita. Un sogno di tutti. E a lui va bene così. E ciò non significa che non si scervelli, che non cerchi di capire, di entrare in profondità nel sistema delle quattro ruote più veloci del mondo.
Si presta facilmente alle interviste, perché conosce tre lingue alla perfezione. Recentemente anche spagnolo e portoghese, si sa mai che le emittenti si arrabbino. E un ultimo idioma, il finlandese. E qui arriviamo all’ultimo consiglio di papà Keke, il terzo: “non imparare il finlandese, è complicato… e inutile in F1”. Nico, come sopra, riceve, ascolta, apprende. Ma fa di testa sua, perché un giorno, quando il padre, vecchia volpe, gli manda un SMS in finlandese, tutto si aspetterebbe fuorché una risposta per le rime… in quella stessa lingua.
E come dimenticarsi di Schumi, altro scomodo compagno del box cui Rosberg faceva da ombra nemmeno troppo tristemente… un’unica linea conduttore: l’essere secondi, lo stare dietro al campionissimo, fare da sostegno, obbedire alla scuderia, l’etichetta del primo che perde. Tradito, perché no, da un volto dai tratti adolescenziali, d’un ragazzino figlio d’arte bravino.

Ieri, 27 novembre, quel ragazzino è diventato adulto. Ma adulto per davvero. Mantenendo una simpatia incontrovertibile, quando canta “po po po po” con gli amici italiani, inghirlandando perfettamente i calcoli delle ultime settimane. Vero, siamo stati i primi a volergli sussurrare “Ehi, per diventare campione devi.. ecco… vincere”. Ma quei “6 in pagella” rafforzano il massimo voto odierno, e non potrebbe essere altrimenti, per una storia così.
Dieci a lui, alla sua simpatia, alla sua indole, alla sua classe, ai suoi ragionamenti, alla sua Laurea da secchione, alla sua vita da ragazzino non fumatore alter-ego del papà, alla sua laboriosità, al suo piacere scanzonato nella guida. E, infine, dieci alla sua Vivian, la “musa” del suo titolo, la fidanzata di sempre. Coppia solida, stridente con il mondo d’oggi, di quelle che piacciono a me. Lei tira fuori la sua umanità da Donna innamorata ed inevitabilmente ansiosa negli ultimi minuti della gara, coprendosi gli occhi e stringendosi il cuore. Prima di andare a parlare in cuffia al marito in pista, con un profondo “ce l’abbiamo fatta”. Bravo Nico. Brava Vivian.

E allora rettifichiamo, Nico Rosberg VOTO DIECI E LODE.

 

GINETTO HAMILTON VOTO BIGOTTO 5. Poche altre volte capiterà di dare un’insufficienza a chi, palesemente, ne aveva di più degli altri. Una vittoria inutile, questa volta, perché lo strapotere Mercedes è l’altra faccia della medaglia e permette al compagno-nemico di arrivargli dietro. Gino ha le sue colpe, da regolamento. Che, come spesso succede, sono le stesse che gettano benzina sul fuoco di Abu Dhabi. Spettacolare il finale, quando il Re Nero sfrutta l’unica chance che ha: fare da tappo al compagno e favorire l’avanzata alle spalle degli outsider. “Non si fa”, dicono in Mercedes e dicono i buonisti. “Perdo il titolo, ma fatemi fare come mi pare”, risponde l’anglo-caraibico. Toto Wolff sbianca, interviene, giudice tremante in una contesa ad alta tensione. La parola “doppietta” non si può dire, perché vorrebbe dire a Lewis di perdere definitivamente. Allora gli chiedono di girare mezzo secondo più forte, per vincere. L’ex numero 1 esegue, ma al contrario: va mezzo secondo più lento. “Lewis, devi vincere”. “Tranquillo, sto vincendo…”.
Guardiamoci negli occhi, però, tutti avremmo fatto così. Alla fine un vincente lo è anche per queste robe qua. È un cannibale. Pur avendo perso il suo posto a capotavola. Ma almeno ha messo pepe sulla pietanza altrimenti insipida del Medio Oriente: GINETTO HAMILTON VOTO CONCRETO 9.

SEBASTIAN VETTEL VOTO 8. Il podio gli cancella il nervosismo degli ultimi tempi. Felice Hanna, la sua dolce metà, che se lo sarebbe sorbito più di tutti noi. Felice anche la Ferrari ed il popolo rosso, però, grazie ad una strategia a un ciglio dal fallimentare che, nell’ultima fase, diventa fantabolante. Come sempre, il divario tra genio e fallimento è minimo. Stavolta il tutto ha propeso verso Maranello, ringraziando il ritmo di Ginetto là davanti che ha compresso gli inseguitori. Seb guida col sorriso sotto la visiera (forse per le vacanze imminenti?) e passa da sesto a terzo, chiudendo a podio la stagione e brillantando le vacanze di Natale con un lieto ricordo. Non senza aver rischiato l’espatrio dalla Germania nei giri finali quando, saggiamente, resta alle spalle del connazionale. Per rispetto, per esperienza, perché non ne ha bisogno per essere ricordato. Ed anche per mantenere un amico.

MAX VERSTAPPEN VOTO 7. Che bella la sorte. Quando ti propina esattamente quello che tu propini agli altri ogni santa domenica. Almeno ha diciott’anni, e la testa giusta per non prendersela tanto. Si alleggerisce come tutti i ragazzi della sua età, anche emotivamente, dopo la prima curva e l’ultimo posto. Poi li infila uno dietro l’altro, regalando a Nico un quarto d’ora di affanno puro. Per fortuna non rovina il mondiale di nessuno, soprattutto il suo. Un 2016 da astro nascente e da campione futuro. O presente.

KIMI RAIKKONEN VOTO 7. Alla stagione, non tanto agli anonimi Emirati. Dall’Australia ad oggi sul suo volto è cambiato poco, molto poco. Qualche peletto in più di barba, pure bionda. Chissà che a volte non abbia portato all’autodromo un cartonato di se stesso. Bene nelle qualifiche, benino in gara. Di sicuro lietamente più del previsto nel mondiale. Nonostante Vettel. O malgrado Vettel. O a scapito di Vettel?

JENSON BUTTON VOTO 4. Che peccato, salutare così. Dire addio al proprio mondo, in un posto nemmeno così poetico. Per quanto se la menino lì dal Golfo Persico, non è un bel posto come si vuole far credere a chi è capace di vedere solo oro, grattacieli e supercar. E Jenson l’ha mestamente vissuto lì, il suo goodbye, perché il calendario ha deciso così. Niente a che vedere con il Massa di San Paolo, solo quattordici giorni fa. Finiti entrambi vittima della propria monoposto nel giorno più struggente della stagione, della vita professionale. Con sentimenti ben diversi. Quelli gli sceicchi non li compreranno, mai. Goodbye ad un vero signore british.

JOLYON PALMER VOTO 2. Consigliamo al venticinquenne della Renault di festeggiare come fanno tutti, dopo un rinnovo contrattuale. Ovvero cena fuori, vino, bella compagnia, champagne, se il portafoglio lo permette. E in questo caso, il rinnovo lo permette eccome. Con una clausola: farlo a distanza debita da impegni che necessitano impegni di lucidità, tipo… guidare una F1. Perché schiantarsi così su Sainz e distruggergli tutto l’ambaradan sa molto di ritiro della patente per tasso alcolemico fuori norma sulla Via Emilia alle tre di notte.

FIA, ECCLESTONE, DIREZIONE GARA, AMMINISTRAZIONE VOTO ZERO. Complessivo. Per le qualifiche australiane, una pazzia. Per le scelte infelici successive. Per le partenze dietro la safety quando evitabile (Montecarlo…). Per le decisioni tardive del Messico e per le regole interpretabili e cambiate dalla sera alla mattina. Per le penalità. Per le dichiarazioni di Bernie, francamente così tante che ricordarne una sola ne svilirebbe la pregnanza totale. E per Monza. GP storico che più storico non c’è, casa della Ferrari (LST… vi dice qualcosa?), podio emozionante… va confermata senza troppi fronzoli. E senza pensarci. A differenza del CDA del Circus.

NOTE SPARSE A MARGINE. Una sola. Nonostante le brutte figure in mondovisione, il buonismo, il regolamento… il finale è drama con quattro piloti in un secondo e mezzo: che gara della madonna!

di Gigi Ferrante
(foto tratta da ANSASport)