MASERATI, UN SECOLO ALL’INSEGNA DI VELOCITA’ ED ELEGANZA

In questi giorni è protagonista dei Saloni dell’auto di New York e Pechino dove ha presentato i modelli GranTurismo MC Stradale Centennial Edition e GranCabrio MC Centennial Edition per celebrare, con una attenzione importante al suo tradizionale spirito sportivo il suo secolo di vita 100 anni. Stiamo parlando naturalmente della Maserati. Per celebrare questa importante ricorrenza ripubblichiamo l’intervista uscita su Vivo Modena dello scorso 26 marzo ad Ermanno Cozza, storico meccanico e progettista della Casa del Tridente.

Ermanno Cozza è un signore affabile, porta con stile i suoi 80 e passa anni. Ha lavorato in Maserati per 12 lustri come meccanico e progettista. Mi chiede se ho preparato una scaletta di domande. Gli faccio vedere il foglietto. Ci sediamo su un divanetto, comincia a parlare. Mi bastano due minuti per capire che il foglietto non mi servirà. Cozza è loquace, trasmette autentico attaccamento alla casa del Tridente. “Ormai questa qua è la mia seconda casa. Se faccio le somme, ho passato più tempo in Maserati che a casa mia. Mia moglie me lo rinfaccia sempre, di voler più bene alla Maserati che a lei. Si sbaglia, naturalmente”.

Quando è entrato in Maserati?
Il 23 ottobre del 1951, a diciott’anni. Il capo officina era Vittorio Bellentani. Ma in realtà già da piccolo ero appassionato di motori. Ho fatto le scuole tecniche, le Corni. Al pomeriggio giravano all’autodromo. Dopo scuola cosa si faceva? Andavamo. Delle volte non sono neanche tornato a casa a mangiare.

E quando ha sentito parlare di Maserati?
È una storia che comincia da lontano. Mio nonno e mia nonna si davano del voi, però hanno messo al mondo dieci figli: cinque maschi e cinque femmine. Uno dei miei zii aveva una trattoria in Ciro Menotti. D’estate da piccolo mi spediva a far commissioni, per esempio a prendere il ghiaccio all’industria del gelo in via Gallucci. Una volta son passato in via Menotti, c’era il portone del garage aperto e ho visto delle macchine da corsa. Poi, dopo qualche giorno, sentii qualcuno dire: “Son venuti i fratelli Maserati da Bologna, che sono delle persone straordinarie, han già vinto delle corse. Anche a Indianapolis. Fanno correre Varzi, Borzacchini, Nuvolari”. È successo così, mi sono ammalato di Maseratite. E lo sono ancora.

Li ha conosciuti, i fratelli?
Erano persone speciali. Ne ho una venerazione. Ho conosciuto meglio Bindo, il secondo, in seguito anche Ernesto ed Ettore.

E i rapporti con la Ferrari?
Eh, abbiamo dato la paga spesso alla Ferrari. Con Gigi Villoresi, per esempio. A livello di meccanici, eravamo e siamo amici. Ci siamo sempre frequentati, s’immagini che in una delle ultime corse ufficiali del ‘57, in Argentina, c’erano 14 macchine: 7 Maserati e 7 Ferrari. Ora abbiamo anche un club di vecchi meccanici, festeggiamo il 26° anno. Posso solo dire che credo che da loro l’ambiente fosse più teso. Quel signore là (ndr. Enzo Ferrari) a volte li metteva uno contro l’altro. Noi eravamo un po’ più una famiglia.

Il pilota che ricorda meglio?
Fangio. Un fenomeno. La più grande corsa in assoluto della Formula Uno fu il Nurburgring nel ‘57, con una rimonta incredibile di Fangio. Che, quando capitava a Modena, si fermava in Maserati, non andava mica a Maranello.

Della Formula Uno di oggi, che ne pensa?
Per l’amor di Dio. Fino agli anni 70 e i primi 80 il pilota contava il 51%. Dopo è la macchina a far la differenza. Non concepisco che tutti debbano avere lo stesso motore 6 cilindri, lo stesso compressore 1600. Le fabbriche non hanno più lo spirito agonistico di far della ricerca pulita.

Perché qui ci sono bravi meccanici?
È l’eredità contadina. Uomini con le scarpe grosse e il cervello fino. Per diminuire lo sforzo umano, cercavano di inventarsi qualcosa. Allora non c’erano mica le chiavi dinamometriche, ogni meccanico si faceva i propri attrezzi. È anche un fatto di cultura radicata nella storia locale. Se le dico Ciro Menotti, a cosa pensa?

Al Risorgimento?
Sì, anche. Ma nessuno racconta che Menotti è stato il primo a Modena a portare le macchine a vapore per far girare le filande per tessere la stoffa. Nella Porta dei Principi del Duomo c’è una statuetta con un fabbro che picchia sul martello. Per dire che già allora a Modena c’era una delle più vecchie corporazioni di artigiani. Qui c’è sempre stato questo spirito di industriarsi e del cercare nuove soluzioni.

FRANCESCO ROSSETTI
www.vivomodena.it