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ARRAMPICARSI SULLA VETTA DEL MONDO: L’INTERVISTA A LUDOVICO FOSSALI

L’Italia è campione del mondo di speed, categoria dell’arrampicata paragonabile ai 100 metri piani nell’atletica, e la medaglia d’oro di questo sport è gelosamente custodita a Vignola.

A conquistarla è stato infatti Ludovico Fossali, classe ’97, che ha sbaragliato la concorrenza agli ultimi mondiali che si sono disputati in Giappone, in uno sport tanto difficile quanto affascinante “Ci giochiamo la vittoria con differenze di pochi decimi di secondo – ci racconta Fossali – a questi livelli ciò che più conta è la mente”.

Ludovico, quando ti sei avvicinato a questo sport?
I miei raccontano sempre che ero un bambino pieno di energie che non riusciva a stare fermo. Nessuno di loro arrampicava, ma quando videro che il mio gioco preferito era scalare il pianoforte o i mobili di casa, capirono subito cosa fare. Compiuti cinque anni decisero che per la mia sicurezza, fosse un’idea migliore lasciarmi sfogare in una palestra attrezzata per l’arrampicata. Iniziai proprio a Modena, all’Equilibrium.

Parlaci della tua categoria
Lo speed è piuttosto particolare. Noi arrampichiamo su pareti artificiali, su cui abbiamo la possibilità di allenarci tutto l’anno. Infatti altezza, prese e posizioni sono le stesse ormai dal 2007. Questo spinge l’asticella della competizione sempre più in alto, diminuendo tempi e margini d’errore.

Quali sono le altre categorie dell’arrampicata?
In tutto sono tre. La speed che ho appena spiegato, la boulder e la Lead. Quest’ultima è chiamata anche “difficoltà”, ed è la classica arrampicata in cui bisogna portarsi dietro la corda da agganciare. In questo caso pareti e prese cambiano sempre. Dato che è intensa, si tratta di una gara di resistenza in cui bisogna arrivare il più in alto possibile, su pareti che crescono di difficoltà. Arrivare in cima non è per nulla scontato e quest’anno il più forte della categoria, ad esempio, non è riuscito a finire le pareti. Nel boulder invece le pareti sono scalate più brevi e intense.

Cambia il fisico dell’atleta nelle varie categorie?
Assolutamente sì. Per esempio i velocisti come me hanno le gambe molto sviluppate, per spingersi con forza verso la presa successiva. Invece nelle altre, conta essere più leggeri e le gambe servono solo per spostare l’equilibrio, ma del resto sono tutto peso superfluo.

Pratichi anche arrampicata su roccia?
È una passione che sto coltivando da tempo, ma per ora non sono molto portato. Sto cercando di migliorare, anche se è molto difficile. Soprattutto considerando che sono molto allenato per quanto riguarda forza ed esplosività, e le arrampicate su roccia sono principalmente resistenza.

E in questo ambito esistono altre categorie?
Una delle più famose è il free solo, una disciplina tanto affascinante quanto pericolosa, che consiste nell’arrampicarsi senza nessuna protezione. Al free solo il National Geographic ha da poco dedicato un documentario che ha vinto l’Oscar. In questo caso però la salita è completamente sotto controllo, non si sale a sentimento, ma è necessario capire esattamente dove mettere le mani lungo tutto il percorso con largo anticipo. Un’altra possibilità interessante è il deep water solo, in cui non hai nessuna protezione, ma a salvarci da una brutta caduta c’è uno specchio d’acqua, in cui è possibile tuffarsi in ogni momento.

Che regime di allenamento segui?
Ora che sono nell’esercito mi alleno praticamente tutti i giorni. Principalmente il lavoro è diviso tra palestra e parete, circa quattro giorni nelle settimane in cui gareggio e anche sei giorni, più qualcosa di leggero la domenica, quando non ci sono competizioni. È importante non esagerare a questi livelli, e capire quando è il momento di riposarsi e smettere di spingere.

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?
Ora come ora vorrei ottenere una medaglia olimpica. Una possibilità che nessuno prima di me ha potuto giocarsi, visto che l’arrampicata sarà presente alle Olimpiadi per la prima volta a Tokyo 2020. Ma, se dovessi farcela, mi piacerebbe dedicarmi con più impegno all’arrampicata su roccia.

di Francesco Palumbo

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